mercoledì 8 settembre 2010

l'eterno ritorno del Vitello

Vitello A                                                                                                                                         
Da qualche giorno a casa, di nuovo. 
La voce di Gianfranco attraversa la rampa delle scale, il corridoio, e poi è in camera mia, l'eco di telecronaca bolognese per una partita che non vuole finire mai.
Fa un caldo boia in quest'Italia dell'ovest, e tutto è profumato e tranquillo: il Vitello è inevitabile.
Londra non è pascolo per vitelli. I doveri sono incassettati con una meticolosità all'ultimo sorso di pinta. I carnevali eccessivi e con l'insulsa scusante di Rio per i bevitori solitari. I turisti non fanno testo, mai.
Solo chi lavora lassù può comprendere l'istinto inglese, perché poi se non si lavora troppo, quindi il giusto approvato dalla Regina, c'è sempre chi intorno a te fa una vita di settimane speciali che sfiorano le sessanta ore.
Ecco perché i pub si riempiono di colletti bianchi e blu mentre nei marciapiedi c'è sempre gente che corre: la birra sta nel perfetto mezzo tra la tristezza della dormita necessaria ed il lavoro incombente, tutto in due ore di intensa ebbrezza perdendosi nelle copiose scollature del Metro, uno dei tanti quotidiani gratuiti.
Ma io di ritorno da quella realtà in questa piccola Italia ho ripreso a crescere lentamente, a vitellare, perchè nessuno corre e il ragno puzzolente ed appiccicoso che è la globalizzazione ci sta lontano intimidito dai nostri problemi, gli stessi che pateticamente ci terranno al sicuro dalla trista omonimia del progresso mondiale.
Così mi riperdo volentieri tra i vicoli di Marina, o al Castello dove non esitono Franchising, dove si può respirare ancora un'aria povera ma genuina, come in un porto del Sudamerica. E la città portuale ti arriva addosso con tutto il suo circo di stranezze ancora non scritturate, ma gratuite e improvvise tra i vicoli o nella propria tana che è il baretto secolare ancora lì.
E' come se il clima mite batta il ritmo delle giornate da vivere quaggiù, e poi nei secoli formi il carattere che prende la forma delle coste o degli altipiani, e male si adatti alla repentina logica del guadagno continuo. 
D'altronde nel 2010 qui sembra di vivere ancora il giorno dopo la rivoluzione, con la conspavolezza dell'esistenza di certi diritti e servizi e l'inevitabile presa d'atto poi che questi diritti e servizi ancora in fondo non ci sono o quantomeno sono lenti, lentissimi, in linea col vivere insomma.
E allora si vitella, anche con poco, e si fan camminare le gambe per far poi capolinea in uno di quei baretti per una bibita fresca, o in un markettino per aprirla con l'accendino e sorseggiarla fra i lavori in corso abbandonati. Si organizzano banchetti in casa tra vitelli, sempre tra simili, e si discute di ciò che non và; si discute di quanto poi non andiamo noi, incapaci di cambiare nonostante le lamentele, e di vedere sbagliata solo la società, che in fondo non è altro che il riflesso di noi stessi fuori da casa nostra.
E poi torniamo a letto, da soli o in compagnia, felici di aver reso in parole chiare ciò che ci preme venga fatto, ciò che simbolizzi nella realtà il nostro ideale, quella parte di noi che cerchiamo di seguire tempestivamente ogni giorno nonostante la lentezza italiana che ci allontana dal già difficile concetto di realizzabilità.


"..no basta! Berlusconi fuori dalle palle!"